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Archivio per aprile, 2013

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E ADESSO? IL PD E IL GOVERNO LETTA

enrico_letta[ di Giambattista Maiorano ]

Mentre i ministri giurano davanti a Napolitano, una sparatoria avviene tra Palazzo Chigi e Montecitorio. Due carabinieri feriti, uno dei due in modo serio, si saprà più tardi. Tutti pensano ad un atto terroristico. Grazie a Dio non è così anche se la circostanza e la coincidenza farebbero presumere il contrario. Dopo il timore, il sospiro di sollievo: non è il biglietto di presentazione del nuovo governo presieduto da Enrico Letta.

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25 APRILE 2013: LA RESPONSABILITÀ DI UNA POLITICA CHE PROMUOVE I DIRITTI

Maioranodi Giambattista Maiorano

Un interrogativo ci interpella tutti: a 68 anni dalla riconquistata libertà dal giogo del fascismo, vale ancora la pena ritrovarci per ricordare e tramandare quei fatti? La risposta è certamente sì, e più fortemente Sì! Non siamo qui a fare una vuota cerimonia, ma a far presente a noi stessi che la libertà non è un fatto scontato e che la libertà non significa soltanto sottrarsi al giogo di un despota. (altro…)

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PARTITO DEMOCRATICO: UN SOGNO INFRANTO?

di Giambattista Maiorano

I cecchini di Prodi. Lodarli? Impossibile! Ammazzarli? La tentazione è notevole, ma c’è scritto: non uccidere! Indurli al suicidio? Sarebbe istigazione: un reato! Sfiduciarli? È il meno che si possa fare. Forte e senza esitazioni: radiarli! Sì, radiarli dal partito! Questa è la fine che dovrebbero fare e che purtroppo da sconosciuti non faranno.

Il nome di Prodi, se l’obiettivo era la massima condivisione per una carica per sua natura al di sopra delle parti, poteva apparire divisivo. Premiare però l’ipocrisia di chi prima applaude a scena aperta e poi ti accoltella nel segreto dell’urna è stata non solo una mascalzonata, ma un tradimento in piena regola, prima ancora che degli iscritti e dell’elettorato, della stessa dignità di chi si è nascosto nell’ombra. Dignità? Parola grossa: questa è feccia che approfittando della democrazia, uccide la democrazia. In un partito, come in un’associazione piuttosto che in un movimento, non meno che in una famiglia, ci si confronta, si discute animatamente, si litiga se necessario, ma se alla fine non c’è unanime consenso prevale e si porta avanti la linea della a maggioranza. È così ovunque o così dovrebbe essere. È mancata la lealtà ed è venuta meno la fiducia. È stata rubata la speranza.

Non taccio l’errore strategico del segretario Bersani nel proporre Franco Marini all’arco delle forze politiche prima ancora di verificare e garantirsi il sostegno in casa. Dico che a un grave errore, imputabile a una persona, o al massimo al suo giro di consiglieri, se ne aggiunto uno colossale di 101 parlamentari. Scientificamente progettato e messo in atto ha mandato in soffitta oltre all’autorevolezza di una proposta, la prospettiva di un possibile governo del cambiamento. Come al solito, la sinistra, il centro sinistra, alla vigilia dell’assunzione di responsabilità di governo mostra paura, si ritrae, si suicida.

Sono nero, furioso.

Ora però, serve calma e sangue freddo, mettiamo a freno il sentimento e diamo spazio alla ragione, proviamo a riflettere. C’è spazio politico e ha ancora senso il progetto del Partito Democratico? Dove finiscono tutte le speranze riposte in questo percorso? È stato giusto tutto l’impegno che ho profuso per tanti anni con tanti amici e compagni? Tutte domande alle quali non voglio sfuggire e che la rielezione di Giorgio Napolitano riesce appena a rendere meno pesanti.

Nonostante tutto, ci credo ancora. Ci credo se il PD, con il suo imminente e improrogabile congresso, sarà capace di far piazza pulita di idee inutili e rilanciare le sue ragioni costitutive: l’incontro tra culture riformiste capaci di chiudere con un passato gravido di divisioni ideologiche e proiettato nel futuro con occhi ed occhiali in grado di leggere i bisogni e di soddisfare le attese di una società profondamente trasformata.

Un partito che, prima che all’individuo, parla alla persona. Un partito che non si vergogna di pronunciare termini quali opportunità, competenze e merito, che va oltre gli interessi di parte e le lobby, che, nella logica del bene comune, punta ad avere un occhio di riguardo all’equità perché a ciascuno possa essere riconosciuto di vivere dignitosamente. Un partito in grado di mettere in prima fila il superamento della povertà, di parlare senza vergogna di poveri sempre più numerosi a cui va dato un lavoro che la logica di un mercato senza regole e sempre più spesso nelle mani della finanza e della speculazione gli ha sottratto. Un partito che chiede a reclama diritti  civili non meno che il diritto a vivere delle famiglie, troppo spesso lasciate sole a fare da ammortizzatore sociale quando le cose non vanno. Un partito che non ha paura di restare plurale per non cadere nelle mani di un padrone.

Un partito che non deve inseguire una vocazione minoritaria, che porta alla pura testimonianza e all’insignificanza, risultato del frantumarsi delle ragioni di unità sottomesse a una retorica demagogica dello spirito identitario. È la vocazione al reciproco “esame del sangue” per verificare il “tasso di sinistra” presente, che si conclude sempre con una bocciatura solenne: “io sono più di sinistra di te”, “tu non sei più di sinistra.

Si inseguono a volte i fantasmi simbolici del passato, e con ciò non intendo tradizioni culturali che possono essere ancora studiate ed essere feconde. E l’inseguire simboli e fantasmi che nulla possono più dire sulla realtà produce sterilità politica ed elettorale: sono concetti che non mordono più la realtà, che non destano le coscienze, che non generano partecipazione diffusa, e che conducono ad esiti elettorali ormai noti ed evidente, e che impediscono una reale alternanza di governo.

È successo già con i governi Prodi. Ed è successo di nuovo alle elezioni appena trascorse: gente che pensa a percentuali a due cifre e che le urne inchiodano a livello di prefisso telefonico annegando ogni possibilità di riscossa e di ricomposizione.

È questa una visione moderata? È di sinistra? Non bastano più gli aggettivi dove magari ci si accorge che sotto il vestito c’è il niente. È ora di agire e agire in fretta.  Forse la mia speranza, che immagino essere di moltissimi altri come la mia oggi calpestata ed umiliata, potrà avere ancora un senso. Voglio crederci e riprovarci con tutti coloro che ci stanno.

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L’OTTIMO NEMICO DEL MEGLIO

SUA[ di Giambattista Maiorano ]
Accontentarsi è un po’ come sedersi. Non è bello. Ogni situazione, infatti, presenta margini di miglioramento. Per gente come noi, che non si concepisce onnipotente, le possibilità di andare verso il meglio possono essere sconfinate praterie.

Ancor prima di essere sindaco, più che ostentare pregi e capacità, ho voluto riconosce i miei limiti rifiutando l’immagine di uomo della provvidenza o di uomo tuttofare, rafforzando l’idea dell’insieme, del collettivo che lavora e aiuta chi è chiamato a coordinarlo. La normalità quindi come condizione dell’agire. Non per giocare a fare lo gnorri o rifugiarsi in una ipocrita ingenuità, ma per affrontare responsabilmente il proprio compito senza farsi vincere dallo sconforto di fronte alle critiche anche più assurde ed esacerbate che possono invece essere esse stesse stimolo a fare meglio e di più.
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