Diamo a Buccinasco un’amministrazione finalmente efficiente e trasparente, capace di ascoltare.

[di Giambattisa Maiorano]

Nella vicenda della materna “don Stefano Bianchi” si inserisce spesso una domanda insistente. Perché mai, osservano in parecchi, un sindaco che conosciamo come convinto credente e praticante, non vuole  l’aggettivo parrocchiale associato alla materna di via Siena?

Comprendo la fatica degli interlocutori e ritengo legittima la loro curiosità. Una spiegazione è quindi   doverosa non per convincere qualcuno. Ciascuno è infatti libero di pensarla come vuole e merita rispetto, ma è giusto farlo perché siano chiare le motivazioni che traggono origine da fatti realmente accaduti dai quali chiunque può trarre le dovute conclusioni.

 La questione risale all’anno 2006 quando, da assessore, mi fu affidato il compito di rivisitare ed aggiornare la convenzione con la materna “parrocchiale”.

Partendo proprio da quell’impegnativo aggettivo ho dedotto il dovere istituzionale di interloquire direttamente con l’ufficio legale della Diocesi di Milano. E’ infatti prassi costante per gli enti ecclesiastici, tutto lasciava presumere che la materna rientrasse in questa classificazione, che le convenzioni con gli enti pubblici siano seguite ed autorizzate dagli uffici della curia.

La convenzione era sostanzialmente definita, quando sorprendentemente l’interlocutrice dell’ufficio legale, tuttora in servizio in altra mansione, mi comunica telefonicamente l’impedimento a procedere. Perché? Semplicemente perché alcuni membri del C.d.A della materna e lo stesso parroco dell’epoca, presentandosi di persona in piazza Fontana, hanno contestato l’intromissione della curia in ciò che ritenevano, giusto o sbagliato, un rapporto tra la cooperativa di gestione ed il Comune. Conseguenza ovvia: la materna si ritrova ad essere ente autonomo sottratto all’autorizzazione ecclesiastica superiore, depennata dall’annuario diocesano con la perdita della qualificazione giuridica di “parrocchiale”. La stessa, per altro, si iscrive in data 6 settembre 2006 all’Albo Regionale delle Cooperative Sociali.

Questi i fatti. L’uso dell’aggettivo “parrocchiale”, da quel momento, è quantomeno inappropriato. E’ certamente affidabile e tranquillizzante, ma non basta essere ospiti degli stessi locali per esserne abilitati. Ciò non significa che l’operazione non sia in sé legittima e che la scelta avrebbe dovuto portare a modifiche sostanziali di un modello e di una proposta educativa  che si erano rivelati positivi ed apprezzati e che ancora oggi lo sono. Una continuità lodevole da intestare al’iniziativa del gruppo ecclesiale di Comunione e Liberazione.

La decisione è indiscutibilmente incontestabile e rientra nella logica del privato sociale che, in funzione sussidiaria, esplica l’azione derivante dallo scopo statutario nell’ambito del sistema pubblico come riconosciuto dalla riforma del ministro Luigi Berlinguer del 1990/91.

Da credente un po’ tormentato, mi sono semmai posto altre domande circa il ruolo della parrocchia. Credo infatti che la parrocchia non possa che essere vista come l’identificazione dell’insieme di quanti la vivono e la frequentano al di là e al di sopra dei singoli carismi come ci ricorda S. Paolo. Nessuno può essere tanto improvvido da immedesimarsi talmente nell’istituzione da utilizzarla in esclusiva. Non sarebbe più Chiesa, ma l’ambito di un’esperienza ecclesiale, magari interessante e di peso come lo è a Buccinasco , che rischia, suo malgrado, di confondere la parte con il tutto.  Là dove questo succede, non è difficile si creino conflitti. E francamente, non se ne sente alcun bisogno.

Annunci

I commenti sono chiusi.

Tag Cloud

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: